Essere o non essere. Questa è psicosi
Si considera folle colui il quale crede di essere una cosa, un animale, o qualcosa di diverso da ciò che realmente è. Allora come mai non considerare folle una società che tenta di trasformare l’essere umano in cosa? La psicoterapia non fa distinzione fra vero o falzo, giusto o sbagliato, sano o folle, perché il focus non è il problema ma il modo in cui la persona vive quel problema. Sentiamo spesso parlare di personalità schizoidi. Individui che vivono un rapporto con l’ambiente e con se stessi peculiare. Persone che si perdono in se stesse quando sono insieme agli altri e si ritagliano pezzi di solitudine ovunque essi siano. Un isolamento intenso che li rende incapaci di partecipare al mondo. La mente ed il corpo sono staccati l’uno dall’altra. La loro personalità è come un puzzle incompleto, i cui pezzi non si incastrano.
Da un punto di vista esistenziale si parla “dell’essere nel mondo” (Laing, 1978) per descrivere quell’esperienza che ognuno di noi fa quando entra in contatto con l’esterno. Una persona sana riesce ad integrare le varie parti di sé e ad adattarsi. Se si è affetti da patologie cliniche tutto quello che l’individuo fa resta un fenomeno inspiegabile a cui non si riesce a dare un senso. Laing delinea la personalità dello schizoide non come soggetto fuori dalla realtà ma come persona che vive in una sua dimensione, non necessariamente patologica. La domanda che viene spontanea quando ci si interroga sulle modalità trattamentali è come fare ad affrontare il problema del paziente senza entrare mai in contatto con l’esistenza di cui parla Laing. Infatti il vocabolario psichiatrico tende ad allontanare la persona e a spezzare l’ alleanza del processo terapeutico.
Il linguaggio del paziente
Entrare in relazione con il paziente è un processo molto complesso. Usare il suo linguaggio può rendere più semplice e fluida l’interazione. Purtroppo, nella psicoanalisi e nella psichiatria classica i termini utilizzati non rendono conto del linguaggio del paziente, isolandolo dalla sua stessa realtà. A differenza di terapie più umanistiche (Rogers, 2000), come l’approccio strategico (Watzlawick, 1976) che usa il linguaggio come strumento di cura. L’eccessivo tecnicismo riduce la persona a fratture esistenziali, come se volessimo comporre uno specchio allontanando i vari frammenti. Laing critica aspramente l’incomunicabilità e l’astrazione dei termini utilizzati dalla psicoanalisi classica. Parla dell’importanza del linguaggio esistenziale. Le parole vengono definite in relazione all’esistenza del paziente e comunicano con la sua realtà.
Infatti esistono varie letture delle cose e delle situazioni. Un po’ come le distorsioni percettive e le gestalt. Le illusioni ottiche generano scenari diversi in base al punto di osservazione. Sulla carta vi è un’unica immagine, tuttavia in base a ciò che ci colpisce maggiormente scorgeremo due oggetti diversi. Lo stesso vale per gli esseri umani. Potremmo vedere una persona seduta di fronte a noi o come tale o come un organismo. Nel primo caso terremo conto dei desideri, dei pensieri e delle emozioni espresse. Nel secondo caso ci focalizzeremo solo sull’espressione neurale e chimica. L’importante è adottare un punto di vista e portarlo avanti sino alla fine. Se vedo il mio pazente come una persona e poi interagisco come farei con un organismo, il mio intervento sarà destinato a fallire.
Pazienti o geroglifici ? la relazione
Quanto è importante categorizzare e chiudere in schemi precisi le persone e le loro azioni? Nell’accezione classica delle psicotrapie sembrava essere l’unica modalità di interazione con il paziente. Il così detto “vocabolario della denigrazione” da una connotazione negativa a tutto ciò che non rientra nel range del normale. Come se implicasse una modalità standard di stare al mondo. Lo psicotico non vi rientra. Il pazzo ed il sano vengono definiti in base a limiti definiti dalla società. Uno schizofrenico potrebbe delirare eppure essere nel suo delirio perfettamente lucido e vedere qualcosa che gli altri non vedono. Ezechilele secondo Jasper (1955) era uno schizofrenico.
Esattamente come nell’uso del linguaggio tecnico anche essere troppo legati al rigore scientifico limita la stessa cura. Se guardiamo solo ciò che è osservabile vedremo solo la patologia. Dilthey (2007) ha paragonato il paziente ad un geroglifico. Tuttavia, mentre quest’ultimo può essere sottoposto ad un’analisi attenta e formale, non è cosi per la malattia. Possiamo conoscere alla perfezione tutte le sfumature della malattia ma non per questo comprenderla. Lo schizofrenico sente di essere fatto di vetro, di essere trasparente. Ogni sguardo può distruggerlo e ridurlo in pezzi. Dunque è destinato a condannare a morte la propria realtà e di conseguenza la propria esistenza. Se lo psicoterapeuta si pone in relazione a lui può entrare in contatto con questo senso di irrealtà e dotarlo di significato. Il terapeuta si orienta nella mappa altrui non tenta di imporre il suo percorso al paziente.
Riferimenti bibliografici
Dilthey, W. (2007). Introduzione alle scienze dello spirito. Testo tedesco a fronte. Vol. 1. Bompiani: Milano.
Laing, R.D. (1978). L’Io diviso. Studio di psichiatria esistenziale. Einaudi: Torino.
Rogers, C. R. (2000) La terapia centrata sul cliente. Psycho: Firenze.
Jaspers, K. “Poscritto” 1955, in op. cit.
Watzlawick,P. (1976). La realtà della realtà. Confusione, disinformazione, comunicazione. Astrolabio Ubaldini: Roma.
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