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Verità o bugia

Verità o bugia

Gli indicatori della menzogna

Quotidianamente all’interno delle nostre relazioni interpersonali può capitare di avere il dubbio se ciò che ci viene detto corrisponda al vero o sia frutto di una menzogna. Tuttavia, prestando attenzione ad una serie di indizi riguardanti il comportamento verbale e non verbale di chi abbiamo di fronte, sarebbe possibile smascherare un’eventuale menzogna nello stesso istante in cui ci viene detta.

Per fare questo è fondamentale osservare e notare nell’interlocutore i cosi detti “indicatori” della menzogna. Bisogna però prima essere consapevoli di cosa si intende per menzogna e quali tipi di bugie esistono.

Ferracuti e Abbate (1988) ne hanno classificato vari tipi:

  • Menzogna volontaria: “manifestazione cosciente e utilitaristica di un’idea o il resoconto di un fatto non rispondenti al vero; di ciò il soggetto è consapevole, ma in tale atteggiamento persevera nel tentativo di falsare la realtà  ed ingannare“
  • Bugia psicogena: “può essere considerata come il risultato di un conflitto psicologico affrontato falsando alcuni aspetti della realtà. Un conflitto conseguente ad un complesso di inferiorità può  essere compensato con l’invenzione di situazioni o avvenimenti mai accaduti“
  • Bugia patologica: “si può trovare in casi di deficit intellettivi, nelle psicosi o in alcune alterazioni della struttura di personalità”
  • Bugia nel debole di mente: “essa è povera o poco verosimile, la versione dei fatti può cambiare spesso e senza alcuna ragione, o, al contrario, essere ostinatamente sostenuta contro ogni esame di realtà”
  • Bugia dello psicotico: “si trova nelle fasi di eccitamento maniacale della ciclotimia, e allora abbiamo la menzogna fantastica, lucida; nella depressione endogena, in cui si può assistere ad autoaccuse calunniose; nella schizofrenia, come espressione di ambivalenza ed autismo; nelle psicosi organiche, nelle quali i deficit di memoria vengono colmati dalle confabulazioni”
  • Mitomania: “condotta caratterizzata dalla tendenza sistematica e non problematizzata alla menzogna, alla simulazione ed invenzione di fatti ed eventi in cui l’immaginifico e lo stupefacente sono elementi integranti il bisogno di attrarre su di sè l’attenzione e di eludere la realtà. Questa è una condotta che si osserva in particolare in coloro i quali mostrano delle fragilità psichiche ma è anche comune nei bambini ed in soggetti adulti che inseguono e propongono un’immagine ideale del proprio Sè che diviene un falso Sè.

Le menzogne, in particolare nella letteratura criminologica, vengono associate anche alle false confessioni, tendenti ad essere volontarie, forzate o  coercitivamente interiorizzate.

Per quanto riguarda i cosiddetti indicatori di menzogna, quando mentiamo si verifica un incremento dell’attivazione fisiologica o arousal, provocando uno stato ansioso che produce delle modifiche anche a livello emotivo, del tono della voce e dei movimenti oculari. Riguardo questi ultimi ad esempio se sono rivolti in alto a destra indicano la produzione di un’immagine costruita per la prima volta che poi viene verbalizzata; se rivolti in alto a sinistra indicano una rievocazione di un’immagine realmente vissuta che viene verbalizzata; infine se lo sguardo è diretto verso il basso può essere indicatore di una generica attività di introspezione, o anche della paura che sia leggibile qualche segno di menzogna.

I primi indicatori furono rilevati in particolar modo da Paul Ekman. I suoi studi prendono spunto dalle teorie di Charles Darwin, secondo cui le emozioni non sarebbero determinate culturalmente, bensì avrebbero un’origine biologica.

A partire da tali considerazioni, Ekman elaborò la teoria neuromuscolare delle emozioni, dimostrando il carattere universale di sei emozioni: paura, rabbia, disgusto, tristezza, felicità e sorpresa;  focalizzando la sua ricerca sulle corrispondenti micro-espressioni facciali e considerando anche nel movimento corporeo di chi mente un’ inclinazione ad accompagnare la conversazione con una frequenza di gesti minore.

Non sempre quando si mente si riesce a controllare tutto, bisognerebbe quindi non solo far riferimento al canale uditivo ma anche a quello visivo tenendo conto di espressioni del viso e dei movimenti corporei. Per smascherare l’altro quando cerchiamo di intuire la sua probabile menzogna bisognerebbe comportarsi come in un colloquio investigativo, essendo sin da subito chiari ed onesti con la persona.

I sensi coinvolti no si limitano solo alla vista, all’udito, ai canali verbali e non verbali ma anche alle varie tipologie di comunicazione messe in gioco durante l’interazione ed anche al livello di conoscenza e comprensione della persona che abbiamo di fronte. Non bisogna solo saper riconoscere le emozioni degli altri e le loro modalità comunicative nel momento della menzogna ma anche riconoscere  i propri stati interiori e valutare come la nostra personalità e lo stile di conduzione del colloquio influenzano le risposte del nostro interlocutore.

Riferimenti bibliografici:

Ekman, P. & Frieden, W.V. (2007). Giù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso. Giunti Editore: Firenze.

Ferracuti, F. (a cura di). (1987). Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense vol.1. Le radici, le fonti, gli obiettivi e lo Sviluppo della criminologia. Giuffrè: Milano.

Ponti, G. & Merzagora Betsos, I. (2008). Compendio di criminologia. Cortina Raffello Editore: Milano.

Strano, M. ( 2003). Manuale di criminologia clinica. SEE Firenze.

 

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