Percorsi educativi di pedagogia penitenziaria
di Antonio Turco
Il presente testo illustra i concetti di rimedio, sanzione e devianza contestualizzandone il significato all’interno di una cornice sociale. Obiettivo dell’autore è esporre l’idea della pena riabilitativa e dell’istituzione carcere da un punto di vista sia sociale che umano, mostrando e definendo le varie figure fondamenti che operano all’interno di tali strutture, come l’operatore penitenziario e l’assistente sociale. Egli definisce tali mestieri come dinamici e trasformativi, dunque li paragona più ad un’opera artistica che non ad un lavoro statico e ben definito. L’operatore penitenziario deve tener conto infatti della sua esperienza per accrescere quotidianamente le sue abilità in relazione all’utenza ed il suo operato si basa molto sull’ascolto e la comprensione. L’autore definisce la vocazione e la tolleranza la miglior forma di prevenzione contro la devianza. Dunque A. Turco utilizza un approccio che pur non essendo rigorosamente precostituito permane nella sua scientificità. Egli da una parte riflette sul significato della pena e sull’evoluzione che né ha segnato la costruzione progressiva e dall’altra analizza la situazione oggettiva che affligge odiernamente le nostre carceri. Ad esempio il problema della carenza di organico, il sovraffollamento che diminuisce la qualità della sorveglianza e del trattamento dei detenuti, il rischio di una forma di prevenzione totalizzante che annulli anziché favorire la concezione di riabilitazione. L’autore, muovendo da una critica nei confronti della situazione attuale, illustra l’ideologia basata sulla Costituzione a cui bisognerebbe mirare per promuovere la un carcere nella società e non il contrario. Un esempio di ciò sono i vari percorsi di speranza da Turco annunciati come il Derby all’Olimpico giocato da una squadra di detenuti e operatori penitenziari del carcere di Rebibbia, o ancora lo spettacolo teatrale promosso dal medesimo istituto che si è svolto all’esterno delle mura del carcere.
Per comprendere tali percorsi della speranza bisogna tuttavia dare un breve sguardo all’evoluzione concettuale della pena.
Il primo approccio utilizzato per identificare la funzione della pena risale a Platone ed Aristotele, secondo i quali la pena era una conseguenza del comportamento contrario alla giustizia, dunque è una forma di espiazione consapevole. In quest’ottica lo Stato ha il potere di punire il singolo se infrange le norme sociali e di prevenire l’azione deviante attraverso lo strumento della pena. Idea che lo stesso Platone riporta nella Repubblica, in cui vige l’idea della polis perfetta. Aristotele fa invece riferimento alla pena come proporzionata al danno arrecato, concezioni che troveranno stabilità nel diritto romano, basato sul diritto naturale, in cui l’idea di giustizia ruotava attorno al reo come soggetto che consapevolmente infrange la legge e che per questo va punito. A ciò si susseguirono l’ideologia di Hobbes sull’originaria malvagità dell’uomo, definito homo homini lupus, attraverso cui la devianza viene categorizzata come disturbo sociale; visione che portò vagabondi, storpi, malati e omosessuali negli ospizi alla stregua di criminali. Nel periodo illuminista si comincia a prospettare una visione più umanitaria di pena, come si evince da Jeremy Bentham, autore del Panopticon, in cui definisce il carcere diseducativo o ancora Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene e, Francesco Carrara che pose i principi illuministici alla base dell’impianto teorico della scuola classica che si basa sul libero arbitrio del reo e sulla sua conseguente pena a seguito della rottura del contratto sociale. In Italia nell’Ottocento si afferma un’altra corrente di pensiero, la scuola positiva il cui maggiore esponente fu Enrico Ferri, allievo di Cesare Lombroso autore de L’uomo delinquente, testo da cui si dipartono le varie categorizzazioni di delinquenti ed il concetto di pericolosità sociale. A differenza della scuola classica, la scuola positiva vede nella devianza l’espressione di caratteristiche genetiche, psicologiche, psicopatologiche ed ambientali che influenzano il reo, conducendolo a commettere un reato. Dunque il libero arbitrio diviene da assoluto relativo e lo scopo del sociale non è solo quello di punire ma anche di difesa e prevenzione, la pena diviene dunque uno strumento di difesa sociale. Fondamentale contributo in tal senso fu quello di Durkeim, il quale definì i crimine come un fatto sociale in risposta all’anomia provocata dalla stessa società, ossia dalla rottura delle regole. Altri autori promossero invece una rivisitazione del concetto di anomia da un punto di vista socio-economico, come la scuola di Chicago. In particolar modo tale approccio fa riferimento alla disorganizzazione sociale prodotta dall’incontro fra culture diverse che insieme all’elevata densità di popolazione conducono ad una diminuzione di opportunità, che porta a comportamenti antisociali.
A fine ottocento si afferma una nuova scuola di pensiero, la scuola struttural funzionalista che si basa sull’idea in base alla quale i soggetti agiscono a vari livelli sociali in funzione delle norme sociali interiorizzate, dunque non è l’individuo ma il contesto a favorire la devianza, pensiero abbracciato anche dalla scuola della subcultura deviante e dalla teoria dell’etichettamento di Mead. I più recenti sviluppi teorici riguardo il comportamento deviante delineano una cornice più complessa della devianza analizzata non solo nella sua componente strumentale ma anche comunicativa, teoria elaborata da Gaetano De Leo in congiunzione con la scuola di Paolo Alto.
Per quanto riguarda la funzione della pena, nell’accezione della scuola classica quest’ultima ha una funzione retribuiva, ossia è unicamente di carattere afflittivo, si basa sulla responsabilità personale del reo e sulla determinatezza ed inderogabilità della pena. La funzione intimidativa si basa sulla prevenzione dal crimine mentre la special preventiva o di difesa sociale, correlata alla scuola positiva, si riferisce alla potenziale pericolosità del reo. Odiernamente vige un approccio maggiormente rieducativo e riabilitativo della pena basata sui principi dell’articolo 27 della costituzione promossi dalla riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975, Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, basata sulle regole minime per il trattamento dei detenuti approvato dall’ONU nel 1955 e portavoce dell’ideologia di trattamento. Un esempio di tale ideologia è l’operato degli apostoli di Radaelli, gruppo di direttori carcerari che operavano per la rieducazione dei giovani delinquenti partendo dal presupposto che tutti potevano essere recuperati, idea da cui furono gettate le basi del il D.P.R. 448/1988, Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni. Ulteriore esempio è il probation system e la parole board preso in prestino dal sistema giudiziario anglosassone. In quest’ottica è entrata a far parte delle figure professionali presenti in carcere l’educatore, il quale promuove la visione del detenuto da un unto di vista multifattoriale e la l’osservazione scientifica della personalità su cui basare percorsi di trattamento volontari. Tutto ciò facilitato dall’entrata in vigore della legge Gozzini, 663/1986 che modificò alcuni punti della legge 354/1975 ed introdusse le misure premiali. Odiernamente la legge Simeone-Saraceni sulle modifiche dell’articolo 656 del codice di procedura penale ed della legge 354/75 ha determinato dei cambiamenti riguardo l’esecuzione della pena, il problema della tossicodipendenza, il sovraffollamento carcerario e la criminalità organizzata.
Nell’ottica trattamentale rieducativa odierna il detenuto insieme all’educatore sono protagonisti della riabilitazione. Attraverso un rapporto empatico il professionista entra in contatto con il detenuto e comprendendone i bisogni né stimola la consapevolezza in un rapporto di fiducia reciproca. Su tale concezione si basa la pedagogia penitenziaria. L’educatore partecipa all’equipe come segretario tecnico del gruppo di osservazione e partecipa alle attività culturali, rieducative e lavorative. Tra le figure fondamentali vi sono anche i comandanti che collaborano con l’area tratta mentale per migliorare il livello di efficienza. Gli assistenti sociali invece garantiscono un collegamento tra l’interno del carcere e l’esterno, egli dunque tesse la rete del detenuto attraverso cui operare un processo di responsabilizzazione e partecipazione del contesto di appartenenza. Secondo Folgheraiter l’operatore sociale migliora la rete e viceversa. Inoltre il lavoro d’equipe permette un’integrazione di saperi tale da ampliare la conoscenza e la consapevolezza circa i bisogni e le opportunità del detenuto. Fanno parte di tale contesto anche gli psicologi entrati a far parte dell’istituzione carceraria con la legge 354/75. Queste figure mirano all’individualizzazione del trattamento attraverso l’osservazione scientifica della personalità del detenuto, promuovendo un approccio diagnostico-riabilitativo. Inoltre lo psicologo può anche proporre un eventuale percorso psicoterapico, solitamente ad approccio analitico o cognitivo-comportamentale.
Il concetto di pedagogia penitenziaria riguarda la rieducazione del soggetto nel corso della vita interagendo con i diversi cambiamenti e prospettive che colpiscono l’individuo, non esiste dunque un’educazione permanete, poiché si modifica con il soggetto stesso in un’ottica sistemico relazionale. Da questo punto di vista lo psicologo attraverso una prospettiva interazionista tende a gestire il detenuto da un ottica multidisciplinare che non si basi unicamente sulla diagnosi medico-clinica ma agisca in un rapporto di reciproca comprensione e comunicazione in modo tale da non vanificare i colloqui a singoli momenti sterili fondati sullo studio della personalità attraverso test psicodiagnostici.
In un ottica di apertura del carcere verso il mondo esterno si può notare come sempre più ormai gli enti locali si prestino a collaborare con gli istituti penitenziari. In particolar modo attraverso la partecipazione di volontari ed associazioni si promuove il reinserimento sociale del detenuto. Il lavoro con le cooperative sociali permette infatti la progettazione ed il confronto con le funzioni istituzionali e la riappropriazione di una cittadinanza attiva. È dal potenziamento dell’organizzazione dei servizi pubblici che si promuove una maggiore responsabilizzazione individuale e sociale.
Il testo esplora una faccia molto innovativa della pedagogia. Infatti, il ruolo dell’educazione in carcere, una educazione volta a non annientare la pura coscienza del detenuto, diviene centrale, oltre che necessaria, per chi opera in ambito psico-sociale. Tale prassi può risultare notevolmente utile, perché, senza dubbio, può essere considerata parte integrante di tutto il trattamento per i singoli detenuti.
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