Il fascino verso ciò che ci sconvolge e terrorizza può essere più forte di qualsiasi istinto. Il bisogno inconsapevole di guardare in faccia e toccare con le proprie mani il volto del dolore.
Incidenti, catastrofi naturali, luoghi di cronaca nera. Storie vere che racchiudono l’irrazionalità dell’uomo. La psicologia dà il suo contributo approfondendo questi temi e spiegandone i meccanismi.
In collaborazione con la Dott.ssa Elena Cabras il primo articolo sul tema Piacevoli dolori. Psicologia e morbosità.
Incidenti stradali e congestione del traffico
Un incidente, un uomo fermo sul ciglio della strada, dei detriti ammassati in un angolo. Ogni fenomeno anomalo attira la nostra attenzione. La fascinazione verso ciò che ci terrorizza è stata studiata e approfondita dalla psicologia. Un esempio di questo fenomeno è il rubberneck effect o l’azione di rallentare e guardarsi intorno con curiosità dinanzi ad un incidente stradale. Questo comporta un’esacerbazione del traffico sino al blocco di intere corsie. Cambridge Systematics ha evidenziato che ben il 25% della congestione del traffico negli Stati Uniti è dovuto a “incidenti”.
Alcune ricerche condotte presso la Delft University of Technology (Knoop et. al., 2008) hanno analizzato il comportamento degli automobilisti di fronte ad un incidente e l’effetto del rallentamento stradale. Nel filmare il comportamento dei guidatori e l’andamento del traffico durante un sinistro, i ricercatori hanno evidenziato un aumento del traffico pari al 50% nella corsia opposta a quella dell’incidente. Il rallentamento non era dovuto ad ostacoli fisici ma unicamente alla curiosità dei guidatori che rallentavano appositamente. Il traffico si muove verso la posizione che offre la migliore vista dello schianto. Il blocco del traffico comincia con un veicolo definito “leader” che rallenta per guardare l’incidente. Questo crea un’onda d’urto che si espande su tutta la corsia coinvolgendo le auto presenti. Nel punto esatto in cui è posizionato il relitto le auto riprendono un andamento normale, sbloccando il flusso.
Si impara osservando, si imita facendo
Esiste dunque un first driver, colui che senza saperlo, influenza gli altri che imitano il suo stesso gesto. Probabilmente se il primo veicolo non rallentasse non esisterebbe alcun rubberneck effect. Le teorie psicosociali attribuiscono questo fenomeno ad una forma di apprendimento vicario (Crapara, 1997). L’apprendimento vicario consiste nell’imitazione di azioni e atteggiamenti osservati in precedenza. A partire da tale teoria Thomas Schelling descrive il rubberneck effect come l’effetto di un accordo implicito fra automobilisti. Il fatto che una sola persona osservi l’incidente comporta che tutti sentano il diritto di poterlo fare. Essendo un comportamento umano radicato nell’esperienza è difficile modularlo.
Perché si prova “piacere” nel guardare questo genere di avvenimenti? Sembra esserci una fascinazione che coinvolge la persona. Tendenza che porta l’essere umano a osservare ed analizzare il luogo di un disastro. Un esempio comune è dato dai film a sfondo catastrofico. Ci immedesimiamo con i protagonisti e ci chiediamo: cosa avremmo fatto in una situazione simile? Da una parte è un modo per mettere alla prova, anche se simulando, il nostro eventuale “sangue freddo”. Dall’altra abbiamo forse bisogno di convincerci di essere pronti ad affrontare una tale paura in situazioni analoghe. In entrambi i casi vi è la ricerca di emozioni forti in una situazione che è comunque controllata. Alcune persone sentono il bisogno di sperimentare sensazioni di paura e terrore sapendo, però, di essere al sicuro. Il cinema consente questo genere d’immedesimazione.
Negli occhi del testimone
L’immedesimazione, tuttavia, non è solo virtuale ma può prodursi realmente anche nella vita di tutti i giorni osservando ciò che accade nelle nostre città: rapine, incidenti, liti, aggressioni…solo per citare alcuni casi. Esaminare un incidente stradale come semplici testimoni, ad esempio, pone lo spettatore in una posizione di attento scrutatore laddove una profonda investigazione dell’accaduto fa credere di possedere gli strumenti per la giusta lettura del caso. La curiosità umana diventa morbosa alla luce di una quotidianità che vede l’informazione ormai perenne e facilmente fruibile in ogni momento e in ogni contesto. Smartphone e tablet fanno viaggiare le notizie in tempo reale. Questo porta lo spettatore direttamente sul luogo del “delitto” anche se oltreoceano.
Le eventuali responsabilità delle dinamiche tra le parti portano, pertanto, a una illogica e transitoria onnipotenza. Questo fa credere all’osservatore che “quella cosa lì” a lui non sarebbe mai accaduta. Avrebbe reagito o agito diversamente. Vi è un procedimento mentale noto e globale che rimanda sempre agli “altri” eventuali disgrazie…per auto-tutela psichica è impossibile pensarle dirette a noi o alle persone a noi care! Ovvio quanto lasci interdetti, invece, la smentita di tale profezia: non siamo immuni dalle disgrazie ma scandagliare quelle degli altri ci fa credere il contrario.
Un meccanismo mentale completamente diverso da quello presente nella cosiddetta sindrome del sopravvissuto (di cui approfondiremo le caratteristiche nel prossimo articolo) dove invece chi sopravvive ad un evento traumatico si stupisce dell’essersi salvato e sviluppa forti sensi di colpa poiché convinto di non meritare il privilegio di esserne uscito incolume, ponendosi in una posizione fortemente debitoria rispetto a coloro che, purtroppo, non ce l’hanno fatta.
Riferimenti bibliografici
Crapara, G. V. (1997). Bandura. Franco Angeli: Milano.
Schelling, T. (2006). Micromotives and Macrobehavior.
Bellelli, G., Gasparre, A. (2009), Emozioni morali e processi cognitivi: vergogna e colpa nelle esperienze quotidiane e traumatiche. Cognitivismo clinico, 6, 2, 141-160.
Non perdere il prossimo articolo Sindrome del sopravvissuto:se salvarsi fa sentire in colpa
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