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Detenuti e sanità: senza libertà, non senza diritti

Agorà Penitenziaria, XIX Congresso Nazionale Simspe-onlus

4-5 Ottobre 2018, Hotel dei Congressi, Roma

 

Sanità e benessere, realtà possibili in carcere?

La sanità in carcere non è un ambito semplice da discutere, soprattutto perché la sicurezza che necessita di essere mantenuta, a volte si scontra con la normale espletazione di quelle che sono le funzioni del medico, dell’infermiere, dello psicologo e dello psichiatra in carcere. Le ore a disposizione di tali figure professionali sono poche e molto spesso amministrate in maniera non efficace, non per mancanza dell’amministrazione ma per motivi legati alle tempistiche e alla sicurezza dell’Istituto Penale o della Casa di reclusione. Ulteriori gap difficili da colmare per il professionista che svolge professione sanitaria in carcere riguardano la strumentazione che ha a disposizione. Un esempio è dato dagli odontoiatri che spesso devono operare senza strumenti conformi al loro lavoro e si vedono costretti ad usare ciò che possono, adattandolo ai bisogni dei loro pazienti.

Lo stesso psicologo non ha a disposizione un luogo specifico in cui poter creare il setting più adeguato ad una consulenza. Il pianeta carcere è un vero e proprio mondo a parte, in cui ogni prospettiva di vicinanza a quella che definiamo la realtà è completamente stravolta. La popolazione detenuta, definita più volte durante il convegno una popolazione fluida, è formata da persone di diverse etnie, età, cultura e storie, legate dalla coercizione e dalla condivisione di spazi minimi in cui confrontarsi, il più delle volte attraverso lo scontro. Il medico, l’infermiere, lo psicologo sono le figure in cui, a seguito di resistenze notevoli, il detenuto investe di più e da cui si aspetta di più.

 

Relazione d’aiuto in carcere

Le aspettative del detenuto non ricadono solo su di sé ma anche sul professionista che spesso si ritrova costretto a non poter portare a termine le promesse fatte, a causa della mancanza di fondi o di personale; un vaccino richiesto non erogato, un colloquio negato, sono alcuni degli esempi che potrebbero portare il detenuto a rompere l’alleanza terapeutica creata con fatica dal professionista. Un dato significativo rispetto la sanità in carcere ci racconta di persone non informate sulle loro patologie, né fisiche né psicologiche e che rifiutano le cure con l’idea di non avere bisogno di nulla o che curarsi non valga la pena. Pazienti detenuti diabetici che non curano la loro alimentazione poiché non trovano una motivazione o poiché non sono informati dei rischi, pazienti con patologie legate all’uso di sostanze o che usano psicofarmaci per problematiche che potrebbero essere affrontare attraverso una terapia con uno psicoterapeuta. Tutti questi aspetti non sono da sottovalutare, poiché la popolazione detenuta reinserita nella società, se non attenzionata e non curata nel fisico e nel corpo, rischia di ricadere e di peggiorare la propria condizione di mancata cura.

 

Rischio suicidario e autolesionismo

Il rischio di suicidio in carcere è cinque volte maggiore rispetto alla popolazione generale e per i minori reclusi è notevolmente più alto. Le donne riportano tassi più alti di suicidi e di atti autolesivi, oltre che di psicopatologie, rispetto al sesso maschile. L’autolesionismo e il suicidio tuttavia restano ancora oggi fenomeni sottovalutati poiché interpretati come indice di strumentalizzazione da parte del detenuto o come modalità comunicativa culturale da parte degli stranieri. Un esempio è l’autolesionismo diffuso fra i minori migranti reclusi in carcere, i quali per fare delle richieste o per protestare usano cucirsi la bocca o farsi dei tagli sugli arti, a volte anche molto profondi. Questi comportamenti se sottovalutati possono sfociare in azioni ancora più gravi e non controllabili.

Solitamente il periodo di maggiore rischio suicidario per i detenuti è la prima settimana e il primo mese di detenzione. Infatti l’incarcerazione è un vero e proprio trauma che produce uno stress neuro-endocrino. Provocarsi delle ferite ha il potere di produrre oppiodi endogeni, i quali permettono di ristabilire temporaneamente l’equilibrio psicofisico. Per le ragioni esposte occuparsi di salute in carcere non è un compito semplice. Inoltre non si pensa alla gestione del detenuto da un punto di vista sanitario come a un qualcosa che potrebbe favorire la sua riabilitazione. Dare la possibilità a un detenuto di stare fisicamente e psicologicamente bene e vedersi come parte della società è il primo passo verso un suo investimento verso la stessa.

 

Uno sguardo al futuro

Un esempio è stato portato dalla classe degli odontoiatri, i quali lamentano il fatto di non  poter garantire protesi mobili ai pazienti reclusi, in quanto non vi è la disponibilità per poter includere queste ultime fra i servizi erogati e che per motivi economici questi pazienti non possono usufruirne, per cui si nutrono senza denti e sviluppano tutta una serie di patologie legate alla digestione, inoltre il loro volto e il loro sguardo cambiano, poiché il corpo, la mente e il benessere non sono cose slegate ma vanno educate in maniera propedeutica l’una all’altra e con la dovuta attenzione anche verso il recupero di coloro che sono reclusi, di coloro i quali hanno problematiche di dipendenza e di chi cerca di cambiare se stesso, con uno sguardo al futuro.

 

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