La sofferenza senza nome
Il suicido non è semplice da interpretare. Le motivazioni che spingono qualcuno a compiere un atto tanto estremo sono del tutto soggettive e personali. Non esiste un giudizio, né una morale tali da comprendere e spiegare un così oscuro e lucido pensiero. Il suicidio si traduce nella volontaria messa in atto di azioni che provocano la morte. Ciò che distingue il suicidio dalla morte naturale o accidentale per definizione è la volontarietà e la consapevolezza delle azioni compiute.
Il pensiero che sconvolge e anima le menti ancora oggi ruota attorno a tale definizione. Ci si chiede come sia possibile desiderare a tal punto la morte, come si possa pensare a morire invece che a programmare la vita. Questo pensiero ci porta a riflettere sul concetto di “determinismo” sul proprio corpo. Da esseri viventi e senzienti abbiamo il diritto e la responsabilità totale su noi stessi? Oppure c’è qualcosa o qualcuno di più grande di noi che controlla ciò che possiamo decidere o meno di fare.
Tra te e me
Ci sono tanti tipi di sofferenza. Il dolore può essere soggettivo, poiché vissuto da ognuno di noi in base all’esperienza; ma può essere anche oggettivo, in quanto esistono situazioni che provocano un dolore e una sofferenza condivisibili indipendentemente dalle esperienze. Le persone decidono di togliersi la vita per paura di affrontare situazioni difficili, perché gli è stata diagnosticata una malattia incurabile, per un lutto che non si riesce a metabolizzare o per via di tanti altri motivi.
Casi più o meno recenti ci raccontano la storia di perone toltesi la vita perché non potevano più permettersi di mantenere la famiglia o perché lasciati dal partner o per gravi incidenti. Una persona può scegliere di togliersi la vita nella solitudine della propria abitazione e di andarsene in silenzio senza lasciare traccia né spiegazioni. Oppure può decidere di recarsi in cliniche specializzate nella pratica dell’eutanasia, in cui lasciare la vita attraverso una dolce morte e con accanto un figlio, un compagno, una compagna, qualcuno che gli tiene la mano.
Altri fanno della propria sofferenza senza voce un urlo contro la società e contro lo Stato che non permette loro di andarsene come desiderano, senza soffrire in un letto d’ospedale. Sicuramente non c’è un modo giusto di morire e altrettanto sicuramente la morte se per scelta è un qualcosa di talmente personale ed intimo che non è possibile giudicare.
Memorie di Adriano
C’è chi il suicidio non lo hai compiuto ma solo vissuto e ripetuto tante e tante volte intensamente nel suo cuore. Quando la sofferenza ci prende per mano e si stende con noi posando la testa sul cuscino la sera; quel pensiero di morte può diventare ossessivo e portare ripetuti tentativi di suicidio o ad una sofferenza lenta e agonizzante che ci rende schiavi. L’Imperatore Adriano, proclamato nel 117 d.c. fa della sua vita un’opera di pace e tolleranza. Appassionato di arte e cultura greca, Adriano è un uomo sensibile e affascinato dal “bello”.
Si innamora del giovane Antinoo che rappresenta per lui l’esempio massimo di equilibrio e serenità nelle forme e nell’animo ed il quale morirà nel 130 d.c. per annegamento. Dopo la morte di Antinoo la figura dell’Imperatore sarà costantemente adombrata dal pensiero di morte, dalla voglia di allontanarsi dalla vita.
Qualche tempo dopo comincia a soffrire di uno scompenso cardiaco e al pensiero di morte già costante, si aggiunge la stanchezza del suo corpo. Egli desiderava morire a tal punto da chiamare un giovane medico di Alessandia il quale si suicidò poco prima, dunque non potè accontentare la richiesta dell’Imperatore.
Questa storia, rapportata a quella di tanti altri che il suicidio lo hanno meditato e desiderato ci fa riflettere su quanto la sofferenza e la ricerca quasi spasmodica del senso della vita possano a volte stendere un velo scuro fra noi e la vita, rinnegando tutto ciò che potrebbe renderci meno infelici.
Riferimenti bibliografici
- Giampieri E., Clerici M., Il suicidio oggi: implicazioni sociali e psicopatologiche, Milano, Springer-Verlag, 2013
- Giubbolini F., Il fenomeno suicidario: fattori psicopatologici e sociali, in “Psichiatria e Medicina”, anno VI, 1, 1992
- Marguerite Yourcenar. Memorie di Adriano
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