Non si tratta di disagio ma di scelte
“Il successo e il fallimento sono semplicemente la soddisfazione o la frustrazione del desiderio. Il desiderio può essere in prevalenza intrinseco basato sui nostri impulsi personali, oppure estrinseco, stimolato soprattutto dalla pubblicità o dai modelli di comportamento sociale che ci vengono proposti dai mass media e dalla coltura popolare. Dice Tom che i miei concetti di successo e fallimento funzionano solo a un livello individuale, e non ad un livello sia individuale che sociale. E quindi, siccome mi rifiuto di accettare un riconoscimento da parte della società, il successo e il fallimento possono essere per me soltanto esperienze momentanee, perché sono esperienze che non possono essere sostenute dall’accettazione di altri valori di tipo sociale, come il benessere materiale o la posizione sociale; oppure, nel caso di un fallimento, la condanna e la disapprovazione. E allora, secondo Tom, non serve a un cazzo venirmi a dire che sono andato bene agli esami, che ho un buon lavoro o che sto con una bella ragazza; perché questo tipo di riconoscimento per me non significa niente. È chiaro che mi fa piacere, quando succedono queste cose, e che hanno un valore in se stesse, ma è un valore che non può essere sostenuto senza un riconoscimento da parte della società che lo considera come tale. Quello che Tom sta cercando di dire, credo, è che non me ne fraga un cazzo. Perché?”
Mark Renton al terapeuta del centro antidroga
Questo è un di quei libri che solo in pochi riusciranno a leggere e ancor meno a finire. Non è una storia che dà, ma bensì toglie, ti svuota di ogni possibile alternativa alla vita. Confesso che più volte mi sono ritrovato a smettere di leggere, e a non voler più continuare. Perché continuare a farmi del male – mi dicevo – ne ho già tanti motivi per i quali soffrire. Eppure qualcosa mi spingeva a sapere fin dove la mente umana potesse spingersi, fin quanto un uomo possa arrivare a provare disgusto per se stesso. È un libro dove alla fine non se ne salva uno, li ho odiati tutti, dal primo all’ultimo. Sapete spesso nei libri ci si identifica in qualcuno o almeno si fa il tifo per qualcuno, in questo testo si spera invece di non diventare mai quel qualcuno. Lascia quello stesso amaro in bocca di un drastico licenziamento o di un esame non superato dopo notti insonni passate a studiare.
Seppure nel pieno degli anni novanta il libro affronta tematiche ancora presenti nella società odierna: l’incapacità di avere il proprio posto nella società, se mai se ne ha avuto uno; la voglia di evadere da un sistema che tu stesso rappresenti dove l’unico modo per colpire è colpirti duro, consapevole che la linea tra bene e male è così sottile che a volte non fa differenza.
“E ti dico pure un’altra cosa Rents. Facevamo bene noi nel settantasette, a sputar tanto. Lo dobbiamo affogare nella saliva, il mondo”
Johny Swan a Mark Renton
Eppure ti trattiene a sè questo libro, come una bellissima maledizione, non riesci a non immedesimarti in loro, un gruppo di sbandati che si odiano si fanno schifo e sanno di fare schifo, e tu cominci a farti schifo insieme a loro. Così mentre leggi e finisci un capitolo, butti fuori l’aria come se fossi stato in apnea sin dall’inizio, sollevi lo sguardo e osservi il tizio seduto davanti a te, nel vagone treno più fetido che potessi trovare; lui ha cercato disperatamente di leggere il titolo del libro, così ti osserva e ti fissa come l’ennesimo sbandato in un mondo di sbandati, nessuno dei due dice nulla, ma forse anche lui un Renton un po’ più anziano, sa cosa stai pensando, glielo leggi negli occhi, e sa bene cosa fare, assolutamente nulla, lasciare ognuno nel proprio dolore, nella propria disperazione, perché alla fine quel dolore che provi è l’unica cosa certa della tua stramaledetta vita, alla quale puoi aggrapparti più forte che mai, perché sai che mai ti abbandonerà.
”Questa situazione provoca in me depressione. Scarico tutta la rabbia che provo contro me stesso, è questa la depressione, dicono. Però la depressione provoca anche una mancanza di motivazione. Mi cresce un vuoto dentro. La droga mi serve a riempire il vuoto, e mi aiuta a soddisfare il mio bisogno di distruggere me stesso, e qui torniamo alla rabbia diretta contro di sé”
Mark Renton al terapeuta del centro antidroga
Cosa potreste mai dire ad un ragazzo come Mark Renton? Assolutamente nulla, è entrato più lui in coscienza di se stesso che molti altri che di anni ne hanno vissuti il doppio se non il triplo. Nessuno ha mai detto che devi avere fama, soldi e donne, sono dei falsi principi che ci siamo posti. Nessuna di queste cose è realmente importante eppure ci crediamo, ci crediamo fino in fondo, perché oggi come oggi, non è solo importante sapere/avere, ma essere consapevoli che gli altri sappiano che tu sai/hai. Un bene acquisisce tanto più valore quante sono le persone che lo bramano. La creazione di un ristorante dove tutti vogliono essere serviti ma non c’è nessuno che serve. Ecco qui entrano in scena Renton e i suoi amici, a loro non interessa essere da una o dall’altra parte del bancone, loro per il puro è semplice fatto di essere, si considerano già servitori, servitori di una forza che li fa piegare su se stessi, abbassare la testa, perché questa è troppo pesante forse inutile, ma forse la testa serve proprio a questo, non a pensare ma a creare un peso che ci porti a piegarci.
”Beh, io scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder, io voglio andare dritto per la mia strada, fino infondo…”
Mark Renton
Recensione del romanzo Trainspotting di Irvine Welsh (1993). Scritta da Stefano Ruberto