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L’uomo che non sapeva piangere

La lettera

Giulio è da poco uscito da una Casa di Reclusione, dove ha trascorso diversi anni di detenzione e non ha mai avuto contatti con la sua famiglia. Giulio ha una compagna e una figlia che non vede dall’arresto e richiede un colloquio poiché desidera riavvicinarsi a sua figlia, ormai adolescente; vorrebbe un consiglio su come approcciarsi a lei dopo un’assenza molto lunga e dolorosa. Giulio è un uomo di trent’anni, dallo sguardo malinconico. Il linguaggio del suo corpo esprime una chiusura molto esplicita verso l’altro e contemporaneamente nasconde un profondo bisogno di ascolto. Il tono della sua voce è molto insicuro mentre si interroga sul fatto di comunicare o meno alla figlia i motivi della sua prolungata assenza. Giulio porta sulle spalle un grande senso di vergogna e teme che conoscere la verità possa comportare la perdita definitiva della sua bambina.

A seguito del suo arresto la compagna si è allontanata da lui, sabotando i suoi tentativi di recuperare il rapporto. Viene in terapia con un’unica richiesta “ come posso scrivere una lettera a mia figlia?” . Questa richiesta ha una sola risposta, un foglio bianco, una penna e il tempo di lasciarsi andare e parlare a bocca chiusa, scrivendo. Con la testa china sulla scrivania e la mano un pò tremolante Giulio comincia a scrivere senza mai sollevare lo sguardo e senza mai parlare. La penna scorre sul foglio leggera come se sapesse perfettamente dove andare e i dubbi sul cosa dire alla figlia sembrano svaniti. Dopo aver riempito una pagina Giulio si ferma, posa la penna sulla scrivania e fissando un punto della stanza comincia a raccontarsi.

Il passato

Giulio racconta di non voler essere come sua madre e suo padre, lei molto rigida e severa nei modi e lui assente e di poche parole. Per questo motivo desidera essere sincero con la figlia anche se teme che lei possa seguire il suo esempio. L’uomo infatti ha fatto uso di droghe dall’età di 13 anni, passando dalla cannabis all’eroina. Le sue motivazioni erano legate al senso di disagio e chiusura ma anche al bisogno di uniformarsi al gruppo dei coetanei. Inizialmente era uno svago privo di troppe conseguenze, poi è diventato una dipendenza che lo ha condotto allo spaccio ed infine all’arresto. Ciò che Giulio ricorda maggiormente è il senso di benessere che provava, l’assenza di emozioni negative che lo conducevano ad un uso smodato e continuo di droghe. Quando stava molto male non riusciva a sfogarsi con nessuno e non ricorda di aver avuto amici con cui confidarsi.

Giulio ha sempre ricercato l’affetto e ricorda che quando desiderava piangere e parlare di ciò che provava la madre tendeva a negare questo suo bisogno, urlandogli di essere forte e di non farsi vedere piangere. Mentre il padre comunicava poco e aveva sempre un volto serio e poco espressivo, non condividendo né le gioie né i dolori. Questa carenza di vicinanza e affetto hanno condotto Giulio a reprimere le sue emozioni e ad imparare a non piangere. Durante gli anni trascorsi in Casa di Reclusione ha fatto suo questo insegnamento poiché non poteva farsi vedere triste né poteva mostrare la sua sofferenza per timore di ritorsioni e violenze. La continua repressione emotiva ha alimentato la sua frustrazione, la rabbia e l’ansia, sfociate in sintomi somatici come tremori agli arti e senso di oppressione al petto.

Le lacrime

Giulio interrompe il suo racconto e guarda la lettera che ha scritto, così gli chiedo di leggerla a voce alta provando ad immaginare di essere la sua stessa bambina e di immedesimarsi nei sentimenti della figlia. Le sue guance diventano rosse e gli occhi lucidi e mentre legge e ascolta la sua voce una lacrima scivola sul suo viso. Poco dopo Giulio si lascia andare e a testa bassa scoppia in un pianto liberatorio. La sua paura e il suo timore di essere visto e percepito come debole sembra essere scomparso o forse sopraffatto dalle emozioni finalmente libere. Dopo anni di repressione quel pianto rappresenta forse la volontà e la capacità di riprendere in mano la sua vita e di ristabilire il rapporti con sua figlia.

Giulio si asciuga le lacrime e continua a leggere ad alta voce, dice di essere consapevole delle sue scelte passate e spera di essere capito e perdonato, sapendo di non avere il potere di scegliere come reagiranno gli altri ma solo di condividere ciò che ritiene importante. Dopo questo primo incontro non rivedo Giulio per diverso tempo. Aveva portato con sé la lettera con la promessa a se stesso di rileggerla e forse di scriverne altre fino a ché non avesse trovato quella da inviare alla figlia.

Qualche mese più tardi Giulio torna in seduta ed il suo sguardo è diverso, luminoso. Racconta di aver capito l’importanza della condivisione e della sincerità e di aver fatto una scelta, quella di dare alla figlia la prima lettera scritta, quella più vera, quella più spontanea. Nonostante le pressioni della compagna, la figlia aveva deciso di incontrare il padre. Durante questo incontro i due non hanno parlato molto ma si sono abbracciati e sono entrambi scoppiati a piangere. Giulio conclude il suo racconto dicendo che non era mai stato cosi felice di piangere.

 

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